V’è chi inizia a fumare a causa del proprio rapporto conflittuale col mondo, con la vita.
V’è chi inizia per uniformarsi al gruppo, per gioco, oppure solamente per noia.
V’è chi inizia per disperazione, per oppressione, per spasimo, per sofferenza, per bisogno.
V’è chi inizia per uniformarsi al gruppo, per gioco, oppure solamente per noia.
V’è chi inizia per disperazione, per oppressione, per spasimo, per sofferenza, per bisogno.
L’inchiostro che segue è direttamente comparabile con una delle U.S. di Zeno. Ne possiede la stessa forma, lo stesso odore, lo stesso sapore, lo stesso significato. Ne nasconde – dietro al fumo - lo stesso volto, la stessa espressione, lo stesso pensiero, la stessa falsa voglia di cambiare.

Ho esaminato a lungo la mia coscienza, all’inizio credevo di combattere davvero, credevo d’essere veramente convinto, credevo alfine di potercela fare. Speravo, piuttosto. La convinzione profonda è sempre stata ad un passo da me, ma non l’ho mai raggiunta. E questo perché? Persuadere la mia anima del fatto che fumare le parole fosse un atto del tutto privo di significato e, soprattutto, privo di guadagno m’è sempre parsa un’impresa troppo grande. Ed a poco è servito tentare d’affogare il vizio nell’oblio, tornava imperterrito a galla. A poco è servito crucciarsi d’ambascia nella speranza d’una minima forma di comprensione da parte della parte meno razionale della mente mia. A poco è servito cercare metodi d’elusione, poiché la remora prima o poi tornava a bloccarmi. A niente è servito demandare al tempo ogni speranza.
Ed allora come posso guarire da una malattia che io stesso ho inventato? Forse basta semplicemente cambiare la domanda: Perché l’ho inventata? Credevo che il vizio mi fosse nemico, credevo di odiarlo, di volermene disfare al più presto. Poi ho capito. D’altronde se sta lì, ben radicato sul mio inconscio, un motivo deve pur esserci. Ho capito che un vizio non può essere di totale laidezza. Un vizio nasce all’uopo. Tutto mi si è fatto più chiaro, ho compreso il senso dell’estatica sensazione che si celava al di sotto dell’immensa rabbia. La mia anima ama la balbuzie ed è completamente avversa al cambiamento. O forse, meglio, l’ha amata. L’ha amata perché riusciva a trarne vantaggio. Timidezza? No, colpa della balbuzie. Interrogazioni? No, ascoltare un balbuziente è piuttosto noioso e faticoso.
Ho venti anni ormai. E’ giunto il momento di mandare il vizio al patibolo. La lisi è già iniziata.
Balbuzie
Un'onda si schianta con violenza sulle rocce astanti dividendosi in milioni di stille. Soffre e si ritrae. Esita. Poi riparte, più forte di prima. La pietra è sempre lì, a far da remora al flusso, ad impedire il mondo. Così mia lingua: duro muro roccioso, forte freno impietoso. E la realtà s'inabissa al guardo. Paura e coraggio due piloti d'uno stesso aereo. La mia coscienza è una passeggera impotente del volo.
Uno. Il tempo esterno profondamente diverso da quello interno. Posso farcela, sì. Respiro con la mente.
Due. Replay. Il cuore mi scoppia nelle vene. La vita batte sotto la pelle con insistenza ponderata. La mia sordida voce spezzata mi trafigge i timpani e lo spirito. Non posso sbagliare.
Tre. Un forte respiro segue una cruda quasi vittoria e precede una nuova ansia, ancor più grande.
E di nuovo la voglia sfiderà il terrore.
Dicembre 2010, Pasquale Pillitteri.

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