Mi sembra di non essere protagonista della mia vita, credo di non riuscire a viverla sino in fondo. E' vero, sono felice, ogni mattina, insieme alla palpebre, tiro su le commessure labiali e non le abbasso fino a quando non richiudo gli occhi. Rido, scherzo, canto, mi emoziono, mi sbilancio, mi diverto.

Poi succede.
Mi ritrovo lì a fissare il mare, rammento la mia vita e mi balena subito su, con tracotanza, quello strano sentore d'apatia che acuisce la mia melanconia. Ma cosa mi succede? Sento che dovrei ridere, piangere, amare, emozionarmi di più. O semplicemente dovrei fermarmi più spesso a riflettere su quello che quotidianamente i miei occhi vedono, la mia bocca dice, le mie orecchie odono, la mia anima prova, per immortalare tutto dentro, per imprimerlo meglio sulla pellicola della mia vita, per tatuarlo sull'anima, per combattere l'indifferenza, crudele figlia dell'abitudine. Riflettere su quel che faccio, invece di farlo e basta. E scrivere, scrivere maggiormente, nella vana speranza di sottrarre all'oblio celeri emozioni fugaci che l'ingannevole vita ci regala. Compendiare su carta il tempo per mitigare l'accidia.
Luglio 2010, Pasquale Pillitteri

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